Premio Hypnos V edizione e intervista ad Andrea Atzori

Mentre Edzioni Hypnos annuncia la quinta edizione del Premio Hypnos, dedicato a  racconti italiani inediti di letteratura fantastica e weird, ecco un’ interessante intervista al vincitore della IV edizione, lo scrittore Andrea Atzori, che risponde qui di seguito alle domande di Andrea Vaccaro, fondatore di Edizioni Hypnos e membro della giuria del Premio.

 

Edizioni Hypnos announced the fifth edition of the literary award Premio Hypnos, focused on weird and fantastic short fiction in Italian. Here follows an interesting interview to the winner of the fourth edition, Andrea Atzori, lead by Edizioni Hypnos director, Andrea Vaccaro.
45B5D1BA-B6CD-4E28-89A6-4A644231A131Un benvenuto ad Andrea Atzori, tra le voci più interessanti del fantasy e fantastico italiano contemporaneo. Innanzitutto complimenti per la tua recente affermazione alla quarta edizione del premio Hypnos, con il racconto “Il botanico”, una storia molto particolare e con dei riferimenti ben precisi. Vuoi parlarcene?

Grazie dell’invito e dei complimenti. Il botanico è un omaggio a La botanica parallela, breviario erboristico dell’irrealtà scritto da Leo Lionni intorno agli anni ’70. La genesi del racconto non è stata certo la volontà di partecipare al Premio Hypnos o a qualsivoglia tenzone letteraria. L’idea di scriverlo è nata come reazione emotiva all’esperienza surreale che fu, qualche anno fa, leggere il capolavoro di Lionni. Vi ero incappato durante la fase di ricerca per un mio romanzo e ne fui abbacinato. Un testo visionario ma dall’incedere didascalico; rigoroso e puntuale nell’analizzare dati e scoperte dalla natura però completamente immaginifica. Mentre leggevo quelle pagine e scoprivo il “vero mondo dietro l’apparente realtà”, seguendo le note della pseudo-bibliografia fornita da Lionni, mi sovvennero due pensieri contrastanti: stavo sì leggendo qualcosa di straordinario, ma che per la sua assurdità e difficoltà avrei rimosso quasi completamente subito dopo aver voltato l’ultima pagina. Questa consapevolezza mi rattristò, e per reazione tornai a casa e, in circa tre giorni, buttai giù a caldo la prima stesura del racconto: il mio personalissimo modo di trattenere un frammento di quella ineguagliabile esperienza di lettura. Che dovesse essere un racconto weird non era stabilito. Ma lo è diventato, e dopo aver riflettuto a lungo credo che sia questa in realtà la vera anima della stessa opera di Lionni. Se avesse incontrato Lovecraft ne sarebbero scaturiti incubi. Ed è quello che è successo nella mia testa. Per la sua natura di omaggio letterario dichiarato, mai avrei pensato che il racconto potesse essere pubblicato. Quando però vidi il bando del Premio Hypnos capii che forse poteva trovare una casa.

Qual è il tuo rapporto con la scienza?

È il problematico rapporto di un profano. La mia formazione accademica e la mia forma mentis sono umanistiche, perciò mi sono sempre avvicinato alla scienza come a una disciplina misterica, corredata di un vocabolario e di metodi propri che so bene non mi risulteranno mai del tutto comprensibili o familiari, e per cui, proprio per questo, nutrirò sempre un rispetto e un fascino reverenziale. Credo che questo aspetto ben traspaia ne “Il botanico”.

Ti sei affermato sinora soprattutto con opere di carattere fantasy, con tratti che vanno dal tradizionale sword & sorcery a un fantasy più antropologico – se non erro tra le tue influenze letterarie hai spesso citato Ursula Le Guin. Che rapporto hai con la letteratura più spiccatamente weird e di fantascienza (generi a cui è più legato “Il botanico”) e cosa ti ha spinto a partecipare a un concorso più improntato al weird?

Sono un lettore onnivoro, e credo che questo sia l’unico modo di essere lettori per chi intraprende la via della scrittura. Nonostante abbia esordito con il fantasy, nutro per la fantascienza una passione non minore. Da questo punto di vista la Le Guin, tra Terramare e il Ciclo dell’Ecumene, è stata una stella a cui guardare. Devo dire che prediligo però la fantascienza distopica rispetto alla hard science fiction e alla space opera, tanto da averla approfondita in Inghilterra con la mia tesi di Master, che investigava anche il sotto genere del post-apocalittico. Riguardo al weird, be’, a costo di essere banale non si può non citare il Maestro di Providence. È una colonna portante del mio immaginario e della mia sensibilità letteraria, come lo è per tantissimi altri; un substrato con tentacoli che si insinuano sino ai recessi della coscienza, per ghermire altri generi e altre suggestioni e trascinarli giù negli abissi, dove rinascono tramutati in qualcosa di ibrido e corrotto. È quello che è successo con “Il botanico”, in cui alla botanica parallela ho accostato i paesaggi e le atmosfere oscure della regione in cui vivo, la Foresta Nera e la Fossa renana.

Il tuo quinto, e più recente, romanzo ŠRDN – Dal Bronzo e dalla Tenebra, pubblicato nel 2016 da Acheron Books, si apre con una citazione degli Inni omerici, tra le più importanti (ma al contempo misconosciute, soprattutto rispetto ai poemi omerici) opere di riferimento  per la mitologia classica. Da dove deriva questo tuo interesse e come si esplica nelle tue opere?

Da anni la Storia antica della Sardegna attraversa una rivisitazione appassionata sia negli ambienti accademici che nella coscienza popolare e nell’immaginario collettivo sardo. Tra legittime teorie, sano entusiasmo e talvolta imbarazzante pseudo-archeologia, la Civiltà nuragica è tornata protagonista di questa terra a lungo bistrattata, delineandosi come una delle più evolute tra le antiche civiltà del bacino del Mediterraneo occidentale tra il terzo e il primo millennio a.C. La citazione di quel preciso passaggio dell’Inno omerico suggeriva una doppia legittimazione funzionale al narrato del mio romanzo: il fatto che i Tirreni fossero i Sardi (da Tursis, torri di pietra – i nuraghe) e che i Sardi fossero noti e temuti predoni del mare, profilo che li accomuna alle genti Shardana (o SRDN – Shardan), che sempre più si pensa siano stati i “nativi” nuragici. Per una teoria eretica ci vogliono fonti eretiche, e gli Inni omerici si sono prestati perfettamente.

In ŠRDN e in generale in tutta la tua produzione si percepisce un forte rapporto con l’elemento naturale, l’ambiente, il paesaggio se non la Natura stessa, rapporto immagino in parte figlio della terra da cui provieni, la Sardegna. Vuoi parlarci di questo aspetto?

Il rapporto con la terra, con l’essere individuo senziente in un pianeta che cresce, vive, respira, è sicuramente parte fondamentale della mia sensibilità sia umana che letteraria, e stento a rintracciare un mio contributo artistico che non ne rechi l’impronta. Se anche scrivessi di scenari avulsi dalla “natura”, credo che tra le righe si avvertirebbe sempre o la nostalgia o la denuncia di una perdita. Da questo punto di vista la Sardegna è un pezzo di Eden, un paradiso perduto in diversi sensi, ma dove in alcuni luoghi talvolta si può ancora scorgere un barlume di divino.

Proprio in questi giorni è in uscita per Origami Edizioni il gioco di ruolo Multiverse Ballad, basato sul tuo omonimo romanzo del 2014. Ci vuoi parlare di questo affascinante multiverso?

Come non mi stanco mai di ripetere, Multiverse Ballad è in realtà il nucleo concettuale di tutta la mia produzione letteraria fantastica. MB è una cosmogonia e, all’interno di essa, come raggi di una ruota o infiniti riflessi in uno specchio, trovano spazio e forma tutti i mondi possibili, perciò tutti i generi possibili. Con MB il Multiverso, reale speculazione della fisica dei quanti, viene applicato all’immaginazione umana. Ogni umano, tramite la fantasia, è un creatore di mondi; e questi mondi sono tutti materialmente esistenti, là fuori da qualche parte. L’ordine del cosmo, così come quello di ogni singolo universo, è dato dal fatto che tutte le realtà rimangono separate e in armonia. MB è la grande storia di cosa succederebbe se questi confini cedessero. Non è un’idea originale; ha echi biblici, è presente in Michael Ende, Lewis Carroll, King, Pullman, tantissimi altri, ma questo non la svilisce, tutt’altro: ne conferma e legittima la valenza concettuale.

Sei stato anche coinvolto nella realizzazione pratica del gioco di ruolo?

Sì, il gioco è stato interamente scritto da me e Tim D.K. (co-autore del romanzo). Il game design è una vecchia passione dura a morire ed essere arrivato alla pubblicazione anche in questo campo è sicuramente una soddisfazione. Stendere l’ambientazione del gioco ci ha dato poi l’occasione di esplicitare degli elementi della cosmogonia sopra citata, offrendo al lettore il fascino della manualistica, laddove nei racconti certi riferimenti sono per forza di cose velati e nascosti tra le righe.

Scrivere per essere pubblicati oppure scrivere ed essere pubblicati? Forse spesso la differenza tra un’opera sincera e riuscita, e una no, sta anche in questo. Il tuo racconto “Il botanico” è notevolmente al di fuori degli standard dei racconti weird o fantascientifici che ora “vanno di moda”, un’originalità non ricercata, ma genuina. Pensi che questo atteggiamento nei confronti della pubblicazione possa veramente fare la differenza?

È un dilemma senza tempo, che io accuso particolarmente. Per anni, in seguito anche ai miei studi di editoria a Oxford, sono stato convinto che dovesse essere il mercato a indirizzare gli sforzi creativi di un autore. Trovata la finestra giusta, l’immaginazione e la disciplina, a servizio dell’obiettivo, avrebbero portato i risultati. Accade. Può accadere. Con il tempo però, con la vita, con l’esperienza, con la reazione alla deriva del nostro presente nevrotico speculare a una puntata di Black Mirror, sono tornato alla convinzione – in realtà mai abbandonata – che soltanto l’autentica voce di un autore, il suo genio, la sua scintilla, la sua dedizione e la pratica perseverante possano creare opere letterarie capaci di emozionare, di spiccare, e forse anche di perdurare rispetto all’esistenza fisica del loro creatore. Non si può agire per i risultati. Questo si chiama Ego. Sono i risultati che si ottengono se si è agito fedelmente alla propria arte. Credo che un lettore attento sia ancora in grado di sentire la differenza tra un’opera scaturita dall’amore per la perfezione e una nata dall’umana fretta del riconoscimento.

Senza affrontare il delicato tema del processo creativo, immagino che per uno scrittore non tutti gli spunti e le singole situazioni che scaturiscano la scintilla creativa si tramutino poi in qualcosa di concreto. Vuoi dirci di qualche “scintilla” ancora inespressa?

Il problema delle idee per nuovi romanzi è che poi devi scriverli. Ben presto, una mente creativa che abbia intrapreso questo mestiere si rende conto che per dare forma a tutte le buone idee non basterebbero tre vite, perciò bisogna fare delle scelte. Per quanto mi riguarda, le scintille più ardenti che al momento covano tra le braci senza poter avvampare sono una saga per ragazzi a tema eco-fantascientifico e due romanzi che considero l’inizio di quello che vorrebbe essere un percorso nella “literary fiction”, quindi scritti non di genere, ma di stampo realista, anche se mai privi dell’elemento onirico. Considero questi ultimi come un traguardo di maturità della mia scrittura, il come scrivo ora e il come vorrei continuare a scrivere; perciò, trovare qualcuno che ne riconosca la qualità o possa migliorarla è il mio obiettivo professionale più concreto al momento. Per il fantastico, tra racconti, romanzi e giochi la fucina è sempre accesa. È il fabbro che si sta prendendo un momento per riflettere.

E progetti futuri?

A parte quelli menzionati sopra, continuare a tradurre dall’inglese e migliorare nel tradurre dal tedesco. In pratica, crescere.

Grazie per la chiacchierata Andrea, e a risentirci con nuovi altri affascinanti progetti.

Pubblicato il 23 ottobre 2017, in interview, intervista, Letteratura, Literature con tag , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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